Fotobiomodulazione e degenerazione maculare senile secca: cosa sappiamo oggi
Immaginate una terapia basata sulla luce, non invasiva e priva di aghi, pensata per aiutare a preservare la vista delle persone affette da degenerazione maculare senile secca, conosciuta anche come AMD secca. È questo l’obiettivo della fotobiomodulazione, un trattamento che sta suscitando interesse nel campo dell’oftalmologia.
Che cos’è la degenerazione maculare senile secca?
La degenerazione maculare senile è una patologia che colpisce la macula, la parte centrale della retina responsabile della visione nitida e della percezione dei dettagli.
La forma secca è la più comune e interessa soprattutto le persone oltre i 55 anni. La malattia può evolvere lentamente e compromettere progressivamente la visione centrale, rendendo più difficili attività quotidiane come leggere, riconoscere i volti o guidare.
Attualmente, solo alcune forme di degenerazione maculare secca possono essere trattate con terapie specifiche. In determinati casi sono disponibili iniezioni oculari (intravitreali), che possono rallentare la progressione della malattia, ma non hanno l’obiettivo di recuperare la vista già persa.
Per alcuni pazienti può essere indicata anche l’assunzione di specifiche vitamine e integratori, sempre dopo una valutazione oftalmologica.
In cosa consiste la fotobiomodulazione?
La fotobiomodulazione, chiamata anche terapia luminosa o PBM, utilizza specifiche lunghezze d’onda della luce per stimolare le cellule della retina.
L’obiettivo è sostenere il funzionamento delle cellule retiniche e contrastare alcuni dei processi cellulari coinvolti nella progressione della degenerazione maculare secca. Il trattamento non prevede aghi e viene eseguito attraverso un dispositivo che emette la luce in modo controllato.
La fotobiomodulazione rappresenta una novità perché è stata descritta come il primo trattamento non invasivo per la degenerazione maculare senile secca.
I dati disponibili sono incoraggianti, ma la ricerca è ancora in corso.
Come potrebbe agire sulla retina?
Nella degenerazione maculare secca si verifica un progressivo deterioramento delle cellule fotosensibili della retina. Queste cellule sono fondamentali per la visione centrale e per la capacità di distinguere i dettagli.
La fotobiomodulazione espone la retina a diverse lunghezze d’onda della luce. Secondo le ipotesi attualmente studiate, questo stimolo potrebbe favorire alcuni processi cellulari e contribuire a rallentare la progressione della malattia.
La terapia luminosa non è una tecnologia completamente nuova. In passato è stata studiata e utilizzata in diversi ambiti, tra cui alcune patologie della pelle, disturbi muscoloscheletrici e condizioni dolorose.
Sono state inoltre condotte ricerche sul suo possibile impiego in altre malattie oculari, come:
-retinopatia diabetica
-miopatia infantile
-retinite pigmentosa
-altre patologie della retina e dell’occhio legate all’invecchiamento.
Quali risultati sono stati osservati?
Il protocollo prevedeva nove brevi sedute distribuite nell’arco di circa 3-5 settimane. Il trattamento veniva poi ripetuto ogni quattro mesi, per un periodo complessivo di due anni.
Dopo 13 mesi, le persone sottoposte alla fotobiomodulazione riuscivano a leggere in media circa cinque lettere in più su una tavola ottotipica rispetto alla loro valutazione iniziale. Nel gruppo sottoposto a trattamento placebo, il miglioramento medio era di circa tre lettere.
Nel gruppo trattato è stata inoltre osservata una minore probabilità di sviluppare l’atrofia geografica, una forma avanzata di degenerazione maculare secca che può compromettere in modo significativo la visione centrale.
Una terapia promettente, da valutare con lo specialista della retina
La fotobiomodulazione potrebbe rappresentare una nuova possibilità per le persone affette da degenerazione maculare senile secca, soprattutto perché non richiede iniezioni e può essere eseguita senza procedure invasive.
Al tempo stesso, non è ancora possibile considerarla una soluzione definitiva né garantire che sia adatta a tutti i pazienti. I benefici possono dipendere dallo stadio della malattia, dalle condizioni della retina e dalle caratteristiche individuali.
La scelta del trattamento deve quindi essere effettuata insieme allo specialista della retina, dopo una valutazione completa e considerando le terapie già disponibili.
La ricerca sulla fotobiomodulazione è in continua evoluzione. I prossimi studi saranno importanti per capire meglio quanto possa rallentare la progressione della degenerazione maculare secca, quali pazienti possano trarne maggiore beneficio e quali siano gli effetti nel lungo periodo.
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